Un pessimismo diffuso, a ragione, ci spinge spesso a sottovalutare le potenzialità naturalistiche della nostra regione, l’Abruzzo, che invece conserva ancora (rare, eppure persistenti) sacche territoriali apparentemente ancora estranee allo sfruttamento selvaggio e alla distruzione di habitat delicati.
Dopo l’incontro con il sempre più raro Tarabuso, ci siamo imbattuti, in una pozza torrentizia popolata da tritoni crestati italiani (Triturus carnifex), che nonostante la scarsità e la pessima qualità dell’acqua, riescono a crescere e riprodursi, vogliosi di vivere e di perpetrare il proprio patrimonio genetico.
Raro anfibio tipico dell’Italia peninsulare, il tritone crestato italiano, è protetto dalla convenzione di Berna, proprio per i rischi legati alla distruzione degli habitat e all’inquinamento delle acque da essi frequentate.
Il Triturus carnifex è un piccolo anfibio che non supera i 18 centimetri di lunghezza, coda compresa, e ha una colorazione bruna sul dorso, la testa e ampie macchie di colore variabile tra il marrone ed il nero sui fianchi. Il ventre si presenta di colore giallo, arancio fino a tonalità quasi rossastre, punteggiato da macchie nero-brune. Il dimorfismo sessuale della specie è molto accentuato: in periodo riproduttivo, il maschio presenta una vistosa cresta dai margini frastagliati che lo fa somigliare ad un drago in miniatura e la sua coda presenta una striatura bianca dai riflessi madreperlacei. La femmina, invece, non possiede cloaca a rilievo emisferico come il maschio: di dimensioni decisamente maggiori rispetto al suo compagno, a piena maturità , presenta una sottile banda giallastra lungo il dorso.
Il tritone crestato italiano, nel periodo di accoppiamento che va da aprile a giugno, popola acque stagnanti o con lentissimo deflusso, e ricche di rigogliosa vegetazione subacquea, come torbiere, stagni, abbeveratoi, ove si nutre di macroinvertebrati acquatici, di uova e larve di altri anfibi e non disdegna neppure i giovani della propria specie. Per il resto dell’anno si nasconde solitamente in tronchi marcescenti, sotto pietre o in piccole fessure, dalle quali esce nelle ore notturne delle giornate più umide per nutrirsi di insetti ed invertebrati.
Il rituale di accoppiamento del Triturus carnifex è singolare: egli sbarra il percorso alla femmina e inizia, con sinuosi movimenti della lunga coda piatta, una danza durante la quale emette flussi di feromoni indirizzati alla compagna, che se ben disposta, si avvicina toccando con il muso il suo corteggiatore. A questo punto lui depone una sacca contenente sperma (la spermatofora), che la femmina raccoglierà nella sua cloaca, dove le uova saranno fecondate. Ne verranno deposte circa 400, e saranno ancorate una ad una alla vegetazione subacquea, che le conserverà fino alla schiusa, circa due mesi dopo la deposizione. Le larve, molto simili agli adulti, ma con colorazione decisamente più chiara e branchie ramificate, si nutriranno di piccoli invertebrati acquatici. I principali antagonisti del Triturus carnifex sono colubridi del genere Natrix, uccelli (come ad esempio aironi e cormorani), da pesci d’acqua dolce (soprattutto quelli importati) e da macroinvertebrati acquatici particolarmente voraci come quelli del genere Notonecta, che si cibano delle uova e delle larve. Ma il rischio maggiore per il Triturus carnifex non è rappresentato dai suoi antagonisti naturali: la Natura ha infatti i suoi equilibri, che l’uomo sempre più spesso contribuisce a destabilizzare, spostando l’ago della bilancia in funzione delle proprie esigenze, del tutto incurante dei danni che apporta all’ambiente. Drastica riduzione delle acque risorgive pulite, introduzione di specie non autoctone, inquinamento delle falde acquifere e delle acque stagnanti, stanno decimando le popolazioni di tritoni crestati italiani, che si ritirano in sacche sempre più strette, che troppo spesso arrivano al collasso.
Nonostante l’esistenza di numerose leggi che tutelano gli animali ed i loro habitat, questa specie continua ad essere minacciata dall’incuria e dall’ignoranza. Studium Naturae, attraverso il suo intento divulgativo, vuole capillarizzare la conoscenza di questi anfibi e delle problematiche legate alla loro esistenza, per tutelarne la presenza sul territorio. Ci rendiamo conto dell’ambiziosità di questo progetto, ma siamo convinti che una tale ricchezza non possa essere così sciaguratamente dilapidata: essa va protetta e valorizzata come merita.
Questo articolo è stato scritto da Chiara